ZAC è un produttore discografico.
Giovane, ricco, talentuoso ha tutto ciò che si può desiderare dalla vita.
LEO è il suo patrigno, ha reso la vita di Zac un paradiso di possibilità infinite.
Un uomo il cui potere si estende a dismisura, oscillando sfacciatamente tra legalità e illegalità.
Un uomo che sembra non invecchiare mai.
EDO è un fotografo di incredibile talento.
Il suo occhio è in grado di scovare la vera essenza delle cose.
Da anni si è ritirato dalle scene, per dedicarsi giorno e notte alla sua vera vocazione: scoprire chi è che decide le sorti dell’umanità.
ADA, sua moglie, è allo stadio terminale di una dipendenza da Tricagilax S, un devastante psicofarmaco che il marito le fornisce quotidianamente.
MAY dice di arrivare dalle Pleiadi e di essere atterrata sulla terra 12 giorni fa.
Eppure si esprime e si comporta in maniera fin troppo umana.
E poi c’è CALIGARI, una figura leggendaria, un malvagio alchimista, un inquisitore, un uomo nell’ombra dal potere smisurato.
Come Leo.
Zac scappa di casa dopo aver visto Leo fare qualcosa di molto, molto brutto.
Chiede aiuto ad Edo per scoprire la verità nascosta nel suo viso.
Ma le indagini si rivelano molto più complicate.
I ruoli di questa storia di maghi e spie hanno i contorni sfilacciati come quelli di un sogno.
O quelli di una realtà troppo difficile da accettare.
sabato 2 gennaio 2010
venerdì 1 gennaio 2010
Dossier Caligari - INTRODUZIONE
DR. CALIGARI
Un Cammino Lungo il Tema del Controllo
Un Cammino Lungo il Tema del Controllo
“...and those who allows themselves to be manipulated by those who would manipulate, deserve what they get.”
Bob Dylan
Bob Dylan
Questa citazione da sola sarebbe sufficiente a descrivere che cos’è il nostro progetto.
L’idea è nata, nel dicembre del 2008, dopo aver rivisto Il Gabinetto del Dr. Caligari e il suo sequel / remake realizzato nel 1989.
Nell’originale, diretto da Robert Wiene, si narra di uno psichiatra che, divenuto pazzo, sfrutta le sue conoscenze per ridurre in schiavitù un sonnambulo, per poi servirsene per compiere alcuni delitti.
Una riflessione espressionista sulla follia del potere realizzata nel 1920.
Alle soglie dell’ascesa di Hitler.
Nell’apocrifo seguito, diretto nel 1989 da Stephen Sayadian, assistiamo alle imprese della nipote del dottore originale, che dirige con metodi assai discutibili una clinica per disturbi legati alla libido.
Sayadian, che viene dall’ hard core, orchestra un grottesco ritratto dell’occidente reaganiano, il grido espressionista di un’ umanità spinta a desiderare e consumare mentre l’AIDS viene dipinto con i colori di un’apocalisse divina.
In entrambe le pellicole Caligari è l’emblema del super-criminale, dotato del potere necessario a controllare e ridurre in schiavitù i suoi simili.
Inarrestabile, capace di tutto, amorale e totalmente pazzo.
La rappresentazione poetica di ogni dittatore.
Ma è ancora possibile parlare, al giorno d’oggi, di super-criminale?
Non abbiamo sempre creduto alla favola del “cattivo” per permetterci di “uscirne puliti “?
Quanta responsabilità c’è da parte nostra nel diffondersi del male?
Quanta parte della nostra forza va ad alimentare questo o quel Caligari del passato e del presente?
Quanto siamo sicuri di non essere noi stessi il dittatore, il criminale, lo scienziato pazzo e distruttore?
Da queste domande è partito il lavoro con la compagnia.
In breve tempo ci siamo trovati a maneggiare una serie infinita di argomenti come l’identità, la responsabilità delle proprie azioni, la crescita di un individuo e l’autocoscienza.
Ad entrare in un turbinio di riferimenti bibliografici in grado di saltare con disinvoltura da Le Città Delle Notta Rossa a Bhagavad Gita.
Rischiando di arenarci nelle secche della presunzione e della banalità.
L’unico modo per uscirne era mantenere un punto di vista distaccato, mettere in scena dei fatti e non dei giudizi, e il miglior modo per raggiungere quest’obiettivo è sembrato essere la scrittura scenica.
Una volta assimilata dagli attori, la geografia dei riferimenti e delle domande ha cominciato ad infittirsi fino a distruggere i contorni del tema di partenza, portando il tutto ad un momento di vera crisi.
Non sapevamo più di cosa stavamo parlando.
Ed è stato allora che sono nati i personaggi.
Abbiamo lasciato parlare loro, Zac, Leo, Edo, May e Ada.
Abbiamo ascoltato le loro storie, cercato i punti dove queste s’incontravano.
Ci siamo ritrovati con in mano una trama intricatissima ma estremamente lineare.
Questo ci ha permesso di poter finalmente guardare a qualcosa di concreto, non solo ad una serie di suggestioni o riflessioni.
Una storia tradizionale, piena di eventi e colpi di scena, molto cinematografica.
Anche troppo, a dire il vero.
Volevamo che lo spettatore provasse la stessa sorpresa e lo stesso senso di disorientamento provato da noi nel costruirla.
Abbiamo quindi volutamente omesso una serie di dettagli narrativi, e aggiunto una voce fuori campo che permettesse allo spettatore di muoversi comunque nella cronologia degli eventi.
Il sesto personaggio.
Una presenza indagatrice, rappresentante del pubblico in sala.
Ed abbiamo ottenuto il risultato sperato.
Uno spettacolo che solleva degli interrogativi, che obbliga a cercare una chiave interpretativa.
Una storia che non impone la propria visione sugli eventi.
Qualcosa su cui poter discutere.
In un caso abbiamo avuto anche modo di assistere ad un litigio: due ragazze parlavano della reazione di Ada dopo lo stupro.
Ne parlavano come fosse una persona vera.
È stato emozionante.
L’idea è nata, nel dicembre del 2008, dopo aver rivisto Il Gabinetto del Dr. Caligari e il suo sequel / remake realizzato nel 1989.
Nell’originale, diretto da Robert Wiene, si narra di uno psichiatra che, divenuto pazzo, sfrutta le sue conoscenze per ridurre in schiavitù un sonnambulo, per poi servirsene per compiere alcuni delitti.
Una riflessione espressionista sulla follia del potere realizzata nel 1920.
Alle soglie dell’ascesa di Hitler.
Nell’apocrifo seguito, diretto nel 1989 da Stephen Sayadian, assistiamo alle imprese della nipote del dottore originale, che dirige con metodi assai discutibili una clinica per disturbi legati alla libido.
Sayadian, che viene dall’ hard core, orchestra un grottesco ritratto dell’occidente reaganiano, il grido espressionista di un’ umanità spinta a desiderare e consumare mentre l’AIDS viene dipinto con i colori di un’apocalisse divina.
In entrambe le pellicole Caligari è l’emblema del super-criminale, dotato del potere necessario a controllare e ridurre in schiavitù i suoi simili.
Inarrestabile, capace di tutto, amorale e totalmente pazzo.
La rappresentazione poetica di ogni dittatore.
Ma è ancora possibile parlare, al giorno d’oggi, di super-criminale?
Non abbiamo sempre creduto alla favola del “cattivo” per permetterci di “uscirne puliti “?
Quanta responsabilità c’è da parte nostra nel diffondersi del male?
Quanta parte della nostra forza va ad alimentare questo o quel Caligari del passato e del presente?
Quanto siamo sicuri di non essere noi stessi il dittatore, il criminale, lo scienziato pazzo e distruttore?
Da queste domande è partito il lavoro con la compagnia.
In breve tempo ci siamo trovati a maneggiare una serie infinita di argomenti come l’identità, la responsabilità delle proprie azioni, la crescita di un individuo e l’autocoscienza.
Ad entrare in un turbinio di riferimenti bibliografici in grado di saltare con disinvoltura da Le Città Delle Notta Rossa a Bhagavad Gita.
Rischiando di arenarci nelle secche della presunzione e della banalità.
L’unico modo per uscirne era mantenere un punto di vista distaccato, mettere in scena dei fatti e non dei giudizi, e il miglior modo per raggiungere quest’obiettivo è sembrato essere la scrittura scenica.
Una volta assimilata dagli attori, la geografia dei riferimenti e delle domande ha cominciato ad infittirsi fino a distruggere i contorni del tema di partenza, portando il tutto ad un momento di vera crisi.
Non sapevamo più di cosa stavamo parlando.
Ed è stato allora che sono nati i personaggi.
Abbiamo lasciato parlare loro, Zac, Leo, Edo, May e Ada.
Abbiamo ascoltato le loro storie, cercato i punti dove queste s’incontravano.
Ci siamo ritrovati con in mano una trama intricatissima ma estremamente lineare.
Questo ci ha permesso di poter finalmente guardare a qualcosa di concreto, non solo ad una serie di suggestioni o riflessioni.
Una storia tradizionale, piena di eventi e colpi di scena, molto cinematografica.
Anche troppo, a dire il vero.
Volevamo che lo spettatore provasse la stessa sorpresa e lo stesso senso di disorientamento provato da noi nel costruirla.
Abbiamo quindi volutamente omesso una serie di dettagli narrativi, e aggiunto una voce fuori campo che permettesse allo spettatore di muoversi comunque nella cronologia degli eventi.
Il sesto personaggio.
Una presenza indagatrice, rappresentante del pubblico in sala.
Ed abbiamo ottenuto il risultato sperato.
Uno spettacolo che solleva degli interrogativi, che obbliga a cercare una chiave interpretativa.
Una storia che non impone la propria visione sugli eventi.
Qualcosa su cui poter discutere.
In un caso abbiamo avuto anche modo di assistere ad un litigio: due ragazze parlavano della reazione di Ada dopo lo stupro.
Ne parlavano come fosse una persona vera.
È stato emozionante.
Compagnia Delle Furie
Milano, gennaio 2010
Milano, gennaio 2010
venerdì 11 dicembre 2009
e infatti...
...ecco un minuto fa ho scritto "voglia di ricominciare".
Guardate cosa misero in scaletta, subito dopo "Heaven", i Talking Heads in "Stop Making Sense", il loro film-concerto del 1984...
Se non è una ripresa col botto questa...
P.S.
Ho menzionato da qualche parte che Stop Making Sense è diretto da Jonathan Demme?
Quello del Silenzio degli Innocenti.
Guardate cosa misero in scaletta, subito dopo "Heaven", i Talking Heads in "Stop Making Sense", il loro film-concerto del 1984...
Se non è una ripresa col botto questa...
P.S.
Ho menzionato da qualche parte che Stop Making Sense è diretto da Jonathan Demme?
Quello del Silenzio degli Innocenti.
nostalghia. e voglia di ricominciare.
Everyone is trying to get to the bar.
The name of the bar, the bar is called Heaven.
The band in Heaven plays my favorite song.
They play it once again, they play it all night long.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Heaven is a place where nothing ever happens.
There is a party, everyone is there.
Everyone will leave at exactly the same time.
Its hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, and so much fun.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Heaven is a place where nothing ever happens.
When this kiss is over it will start again.
It will not be any different, it will be exactly
the same.
It's hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, could be so much fun.
Heaven is a place where nothing every happens.
Heaven is a place where nothing every happens
The name of the bar, the bar is called Heaven.
The band in Heaven plays my favorite song.
They play it once again, they play it all night long.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Heaven is a place where nothing ever happens.
There is a party, everyone is there.
Everyone will leave at exactly the same time.
Its hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, and so much fun.
Heaven is a place where nothing ever happens.
Heaven is a place where nothing ever happens.
When this kiss is over it will start again.
It will not be any different, it will be exactly
the same.
It's hard to imagine that nothing at all
could be so exciting, could be so much fun.
Heaven is a place where nothing every happens.
Heaven is a place where nothing every happens
sabato 5 dicembre 2009
dopo il debutto... il futuro.
Ed ora?
Ed ora c'è una strada. C'è una consapevolezza.
C'è una volontà.
Lo spettacolo è nato, ancora con gli angoli proteiformi, disponibile a farsi rimodellare di sera in sera, di tappa in tappa.
Parlo di modifiche alla struttura ossea, non di ritocchi di chirurgia estetica.
Ciò che è andato in scena al PiM ieri sera era l'inizio di Caligari, la liberazione del pargolo del gruppo, finalmente esposto alla società degli uomini.
È lo spettacolo che volevo? E lo spettacolo che immaginavo?
La risposta è no.
È qualcosa di meglio.
È qualcosa di vivo.
Ecco, cerchiamo di riordinare i pensieri, cosa non facile dopo lo sforzo inaudito fatto nei gironi scorsi passati a cucire i vestitini del nostro fanciullo.
Dunque, finita la replica sono arrivati i commenti, asciutti, brutali commenti dello spettatore che paga per cui giustamente poco s'interessa della vicenda personale che sta dietro al prodotto.
"Mi è piaciuto, non mi è piaciuto, non mi ha emozionato, bellissimo, una pippamentalevostramadovrestetenerepresentecheallafinevirivolgeteadunpubblico".
Sì avete ragione tutti.
È tutto quello che dite.
Caligari. è bello?
Caligari è brutto?
Dico una cosa, chi vuole interpretarla come una paraculata lo faccia.
Però io lo penso davvero.
Non importa.
Non importa se è bello o brutto.
È vivo.
Questo importa.
E lo dico perché tre persone mi hanno fatto tre diverse analisi del significato dello spettacolo e tutte erano assolutamente inconfutabili.
Cioè... lo spettacolo vuol dire davvero tutte quelle cose.
E io l'ho scoperto nel momento in cui mi veniva spiegato.
Per cui alla fine l'obbiettivo e raggiunto.
Caligari è vivo, in forma smagliante.
E stasera avrà un finale nuovo.
Per il resto, per quanto riguarda il mio percorso personale, ora so dove voglio andare, so dove ho sempre desiderato andare da quando, una sera di dicembre del 2001, ho visto apparire dal buio qualcosa che fino a quel momento aveva abitato solo i confini della mia mente.
Dodo, Vale, voi avete capito di che parlo, vero?
Buffo.
I giorni sono gli stessi.
Le persone anche.
Cambiano le posizioni. C'è gente in più.
Ma la sostanza resta.
Una bella coincidenza, no?
Ed ora c'è una strada. C'è una consapevolezza.
C'è una volontà.
Lo spettacolo è nato, ancora con gli angoli proteiformi, disponibile a farsi rimodellare di sera in sera, di tappa in tappa.
Parlo di modifiche alla struttura ossea, non di ritocchi di chirurgia estetica.
Ciò che è andato in scena al PiM ieri sera era l'inizio di Caligari, la liberazione del pargolo del gruppo, finalmente esposto alla società degli uomini.
È lo spettacolo che volevo? E lo spettacolo che immaginavo?
La risposta è no.
È qualcosa di meglio.
È qualcosa di vivo.
Ecco, cerchiamo di riordinare i pensieri, cosa non facile dopo lo sforzo inaudito fatto nei gironi scorsi passati a cucire i vestitini del nostro fanciullo.
Dunque, finita la replica sono arrivati i commenti, asciutti, brutali commenti dello spettatore che paga per cui giustamente poco s'interessa della vicenda personale che sta dietro al prodotto.
"Mi è piaciuto, non mi è piaciuto, non mi ha emozionato, bellissimo, una pippamentalevostramadovrestetenerepresentecheallafinevirivolgeteadunpubblico".
Sì avete ragione tutti.
È tutto quello che dite.
Caligari. è bello?
Caligari è brutto?
Dico una cosa, chi vuole interpretarla come una paraculata lo faccia.
Però io lo penso davvero.
Non importa.
Non importa se è bello o brutto.
È vivo.
Questo importa.
E lo dico perché tre persone mi hanno fatto tre diverse analisi del significato dello spettacolo e tutte erano assolutamente inconfutabili.
Cioè... lo spettacolo vuol dire davvero tutte quelle cose.
E io l'ho scoperto nel momento in cui mi veniva spiegato.
Per cui alla fine l'obbiettivo e raggiunto.
Caligari è vivo, in forma smagliante.
E stasera avrà un finale nuovo.
Per il resto, per quanto riguarda il mio percorso personale, ora so dove voglio andare, so dove ho sempre desiderato andare da quando, una sera di dicembre del 2001, ho visto apparire dal buio qualcosa che fino a quel momento aveva abitato solo i confini della mia mente.
Dodo, Vale, voi avete capito di che parlo, vero?
Buffo.
I giorni sono gli stessi.
Le persone anche.
Cambiano le posizioni. C'è gente in più.
Ma la sostanza resta.
Una bella coincidenza, no?
lunedì 30 novembre 2009
Eccoci.
eccoci, ci siamo, si avvicina il 4 dicembre.
non mi pare vero. mi sembra che l'anno intercorso tra il primo, traballante progetto scritto di Dr. Caligari e questo debutto non sia esistito.
eppure è stato un anno pieno zeppo di cose, di lavori, di gioie dolori etc...
mi sembra di avere vissuto sempre in mezzo a questo delirio caleidoscopico di personaggi assurdi.
dunque...
che cos'è Caligari.
preparatevi. è uno spettacolo dove la comprensione della trama viene messa a dura prova e non è detto che ne esca vittoriosa.
anzi, probabilmente la comprensione logica verrà presa a calci nel culo con la rabbia che solo un naziskin può avere.
la storia.
cinque personaggi, Zac, Edo, Ada, Leo e May.
Zac è un produttore discografico che, dopo essere fuggito da Leo, il suo patrigno, cerca aiuto in Edo, un fotografo maniaco complottista, sposato con Ada, una donna di 27 anni bruciata dal Tricagilax S, uno psicofarmaco devastante, e tutti loro, almeno una volta, hanno incontrato May, una donna con i controcoglioni e con il dito medio della mano sinistra fratturato.
c'è qualcuno da fuori che cerca di ricostruire la storia, si parla di Controllo Globale, di un misterioso demiurgo che si chiama Caligari, di qualcuno che imita Califano, di scarafaggi nei bagni degli hotel a 5 stelle, di violenza, di stupri, di melograni, di traffico d'armi, di spie.
la storia abbraccia un periodo di tempo racchiuso tra 47.000 anni fa ed oggi, l'oggi qui, questo momento preciso in cui state leggendo.
ragazzi, non so che cos'ho in mano.
forse sarà una vaccata.
forse sarà fichissimo.
sicuramente sarà stato un percorso veramente educativo per questo piccolo piccolissimo regista, che sta imparando un sacco su cosa voglia dire avere dei collaboratori generosi, scassacazzo a dei livelli insopportabili e fiduciosi ai limiti della demenza nei confronti del sottoscritto.
posso dirlo? costantincolombopallafalorniparonivolpeangottiaccentiferraribianchidefalcotaninieadessoaggiungiamoanchelorandi...
...graziedicuore.
in rigoroso ordine sparso.
e, sperando che nessuno si offenda, un po' più di spazio per due collaboratori particolari.
uno è il mio amico Filippo, che nella pratica non ha fatto un cazzo ma che è stato, da un certo punto in poi, il destinatario di tutto questo lavoro.
nei momenti critici, che sono stati molti, ho deciso una strada pensando: a Filippo cosa piacerebbe di più?
(ognuno si sceglie gli oracoli che preferisce, no?)
l'altro è Giacomo Marettelli Priorelli, l'uomo dai due cognomi che sfidano la mia r moscia.
un instancabile, indistruttibile, infallibile compagno di viaggio e di lavoro.
una di quelle persone che ti aiutano una volta e ti creano dipendenza.
sto caligari, che forse oggi ho visto timidamente mettersi in piedi, non avrebbe nemmeno aperto gli occhi se non ci fosse stato lui.
per cui grazie Giacomo.
^.^
non mi pare vero. mi sembra che l'anno intercorso tra il primo, traballante progetto scritto di Dr. Caligari e questo debutto non sia esistito.
eppure è stato un anno pieno zeppo di cose, di lavori, di gioie dolori etc...
mi sembra di avere vissuto sempre in mezzo a questo delirio caleidoscopico di personaggi assurdi.
dunque...
che cos'è Caligari.
preparatevi. è uno spettacolo dove la comprensione della trama viene messa a dura prova e non è detto che ne esca vittoriosa.
anzi, probabilmente la comprensione logica verrà presa a calci nel culo con la rabbia che solo un naziskin può avere.
la storia.
cinque personaggi, Zac, Edo, Ada, Leo e May.
Zac è un produttore discografico che, dopo essere fuggito da Leo, il suo patrigno, cerca aiuto in Edo, un fotografo maniaco complottista, sposato con Ada, una donna di 27 anni bruciata dal Tricagilax S, uno psicofarmaco devastante, e tutti loro, almeno una volta, hanno incontrato May, una donna con i controcoglioni e con il dito medio della mano sinistra fratturato.
c'è qualcuno da fuori che cerca di ricostruire la storia, si parla di Controllo Globale, di un misterioso demiurgo che si chiama Caligari, di qualcuno che imita Califano, di scarafaggi nei bagni degli hotel a 5 stelle, di violenza, di stupri, di melograni, di traffico d'armi, di spie.
la storia abbraccia un periodo di tempo racchiuso tra 47.000 anni fa ed oggi, l'oggi qui, questo momento preciso in cui state leggendo.
ragazzi, non so che cos'ho in mano.
forse sarà una vaccata.
forse sarà fichissimo.
sicuramente sarà stato un percorso veramente educativo per questo piccolo piccolissimo regista, che sta imparando un sacco su cosa voglia dire avere dei collaboratori generosi, scassacazzo a dei livelli insopportabili e fiduciosi ai limiti della demenza nei confronti del sottoscritto.
posso dirlo? costantincolombopallafalorniparonivolpeangottiaccentiferraribianchidefalcotaninieadessoaggiungiamoanchelorandi...
...graziedicuore.
in rigoroso ordine sparso.
e, sperando che nessuno si offenda, un po' più di spazio per due collaboratori particolari.
uno è il mio amico Filippo, che nella pratica non ha fatto un cazzo ma che è stato, da un certo punto in poi, il destinatario di tutto questo lavoro.
nei momenti critici, che sono stati molti, ho deciso una strada pensando: a Filippo cosa piacerebbe di più?
(ognuno si sceglie gli oracoli che preferisce, no?)
l'altro è Giacomo Marettelli Priorelli, l'uomo dai due cognomi che sfidano la mia r moscia.
un instancabile, indistruttibile, infallibile compagno di viaggio e di lavoro.
una di quelle persone che ti aiutano una volta e ti creano dipendenza.
sto caligari, che forse oggi ho visto timidamente mettersi in piedi, non avrebbe nemmeno aperto gli occhi se non ci fosse stato lui.
per cui grazie Giacomo.
^.^
giovedì 19 novembre 2009
Caligari Prende Vita!
Oggi lo faccio.Giuro.
Oggi trovo il tempo di scrivere che cazzo stiamo facendo qui a Rubiera.
È che è tutto fragile.
Però non fragile come tre giorni fa.
Comincia ad avere un identità solida, questo Caligari, questo spettacolo che non si lascia addomesticare.
Che non ne vuole sapere di lasciarsi controllare.
Tutti i pezzi stanno rimettendosi insieme, ma nel modo in cui nessuno, nessuno di noi poteva immaginare.
C'è un ordine in cui questa storia va composta ed è assolutamente refrattaria alle sterzate improvvise.
Questo spettacolo non è il vettore, è il percorso, è la strada.
Il vettore siamo noi, i nostri occhi sono i fanali che illuminano la strada.
Chi guida è lo spettatore.
E siamo in chiusura.
Ora c'è la chiusura dei conti e c'è il mio ruolo, che per il momento è stato solo osservare e cercare di comprendere cosa stesse emergendo dal caos primordiale degli elementi in gioco.
E l'ho capito stamattina a colazione, da un racconto apparentemente senza peso di Mattia.
Ho capito che ora è il momento di assumersi la responsabilità di mettere la parola fine.
Il punto.
Di chiudere il discorso.
Anzi, no, questo sarebbe impossibile.
Il discorso sarebbe molto molto lungo.
La definizione esatta è un'altra.
Il mio ruolo è quello di sciogliere l'assemblea.
E lasciare la parola agli spettatori.
Ecco.
Alla fine il tempo di scrivere cosa stiamo facendo l'ho trovato.
Il tempo si trova sempre.
Basta volerlo avere.
Domani magari scrivo anche qualcosa sulla storia.
Etichette:
Caligari,
Di cosa parliamo quando parliamo di Caligari
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